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Introduzione
Palazzo Toscanelli Lanfranchi [Fig. 1], oggi sede dell’Archivio di Stato di Pisa, fu la residenza scelta da Lord Byron durante il suo soggiorno in città. Fu Percy Bysshe Shelley a suggerirgliela, definendola il “miglior palazzo sul Lung’Arno” per l’amico in una lettera a Leigh Hunt in cui si fa per la prima volta menzione del progetto The Liberal. Byron arrivò a Pisa nel novembre del 1821 insieme a Teresa Guiccioli e al padre e ai fratelli di lei, i conti Gamba. Mentre il poeta prese alloggio a Palazzo Lanfranchi [Fig.2], i Gamba si stabilirono inizialmente nel vicino Palazzo Finocchietti (ora Palazzo Medici) e, in seguito, in Casa Parra (ora parte del complesso dell’Hotel Nettuno).
L’arrivo di Byron e del suo seguito suscitò una certa inquietudine tra le autorità locali, che chiesero indicazioni al Governo regionale su come comportarsi. Fu loro raccomandata la massima discrezione: al poeta e ai Gamba venne garantita piena libertà di movimento, ma le loro attività furono comunque tenute sotto osservazione dalla polizia filoaustriaca.
Byron, del resto, non fece molto per passare inosservato. Secondo quanto racconta Thomas Medwin, il suo ingresso a Pisa fu decisamente ‘in stile’: il poeta arrivò con “sette domestici, cinque carrozze, nove cavalli, una scimmia, un bull-dog e un mastino, due gatti, tre pavoni e qualche gallina”. Byron sembrò favorevolmente colpito dal palazzo, e se ne disse di frequente entusiasta, anche perché sembrava rispondere perfettamente al suo gusto per l’atmosfera gotica [Fig.3] e a quell’immaginario romantico dell’Italia – e in particolare delle città medievali – che tanto lo affascinava.
Nel luglio del 1822 anche Leigh Hunt giunse a Pisa con la sua numerosa famiglia, entrando a far parte del cosiddetto “Circolo Pisano”. Furono ospitati da Byron a Palazzo Lanfranchi, ritenuto sufficientemente ampio per accoglierli tutti, anche se l’umore di Hunt non sembra essere stato dei migliori al suo arrivo, come risulta da una lettera a Thomas Moore.
Nonostante questi disagi, il soggiorno pisano fu un periodo di grande intensità creativa. Byron proseguì la stesura del Don Juan, lavorando ai canti VI-IX, e con la presenza di Leigh Hunt prese finalmente forma il progetto editoriale The Liberal. Al primo volume di questa iniziativa Byron contribuì con il poema satirico The Vision of Judgement, scritto in risposta a Robert Southey e coerente con l’idea di fondo di The Liberal: offrire uno sguardo critico sulla cultura e sulla politica britannica osservate dall’Europa meridionale.
Palazzo Lanfranchi fu però anche teatro di uno degli episodi più drammatici del soggiorno pisano di Byron, quello che, in ultima analisi, lo avrebbe costretto a lasciare la città per Livorno: il ferimento del sergente maggiore Masi. L’uomo, rientrando in tutta fretta a Pisa dopo essersi allontanato per pranzo e desideroso di arrivare in tempo per la rivista militare, urtò bruscamente una comitiva di inglesi composta da Byron, i coniugi Shelley, la contessa Guiccioli, il capitano Hay (una vecchia conoscenza del poeta) e l’irlandese John Taaffe.
Dall’incidente nacque un violento alterco, che degenerò rapidamente: il capitano Hay fu ferito al naso, mentre Shelley venne colpito al capo e disarcionato da cavallo. Rientrato a Pisa, Masi fu inseguito da Byron, che pretendeva soddisfazione per l’offesa subita dal gruppo; i due si accordarono per un duello formale da tenersi il giorno successivo, secondo le consuetudini dell’epoca. Lo scontro ebbe però un epilogo ben più grave proprio davanti a Palazzo Lanfranchi, dove il sergente maggiore venne ferito quasi a morte da un servitore di Byron.
L’episodio diede origine a una causa legale che offrì alle autorità locali il pretesto per rafforzare i sospetti già nutriti nei confronti del poeta e del suo entourage, consentendo di presentare Byron (e soprattutto i Gamba) come figure potenzialmente pericolose e sovversive.
Oggi Palazzo Toscanelli (ex Lanfranchi) ospita un affresco ottocentesco di Nicola Cianfanelli [Fig. 4], noto come Byron e la Poesia, collocato nell’odierna Sala inventari dell’Archivio di Stato (che corrispondeva probabilmente alla camera di Byron) e dedicato al poeta immerso nel gesto creativo, simbolo del legame tra l’Italia e lo spirito romantico inglese.
Testimonianze
Carissimo Amico,
Dall’ultima volta che ti ho scritto, sono stato in visita da Lord Byron a Ravenna. Da questo incontro è nata, da parte sua, la decisione di trasferirsi a Pisa, e io ho preso per lui il più bel palazzo sul Lung’Arno. Ma l’aspetto più importante della mia visita riguarda un messaggio che egli desidera io ti trasmetta e che, credo, possa rafforzare una decisione che spero tu abbia già preso: quella di recuperare la tua salute e il tuo morale provati, trasferendoti in queste “regioni dal clima mite e dall’aria calma e serena”. Egli propone che tu venga a collaborare con lui e con me a una pubblicazione periodica da realizzarsi qui, nella quale ciascuno dei partecipanti pubblichi le proprie composizioni originali e condivida i profitti.
20 Novembre
“Questo è il Lung’Arno. Ha preso in affitto per un anno il palazzo Lanfranchi: è uno di quei palazzi di marmo che sembrano costruiti per durare in eterno, quando la famiglia di cui porta il nome non esisterà più,” disse Shelley, mentre entravamo in un salone che pareva fatto per giganti.
“Ricordo quei versi nell’‘Inferno’,” dissi io: “un Lanfranchi era uno dei persecutori di Ugolino.” – “Proprio lui,” rispose Shelley; “vedrai un quadro di Ugolino e dei suoi figli nella sua stanza.” Fletcher, il suo cameriere, è superstizioso quanto il padrone e dice che la casa è infestata, tanto che non riesce a dormire per dei rumori sospetti provenienti dall’alto, che paragona al rotolare di grosse sfere. Non c’è da meravigliarsi: il fantasma del vecchio Lanfranchi è inquieto e si aggira di notte.
Il suo entourage per il viaggio era piuttosto singolare e forniva un catalogo insolito per la Dogana: sette servitori, cinque carrozze, nove cavalli, una scimmia, un bulldog e un mastino, due gatti, tre pavoni e alcune galline (non so se li abbia elencati in ordine di rango) facevano parte del suo seguito; e tutti i suoi libri, che costituivano una biblioteca molto ampia di opere moderne (perché comprava tutto il meglio che usciva), insieme a una quantità enorme di mobili, potevano benissimo essere definiti, con Cesare, “impedimenta”.
Leigh Hunt è qui, dopo un viaggio di otto mesi, durante i quali, presumo, ha compiuto il Periplo di Annone il Cartaginese, con più o meno la stessa rapidità. Sta allestendo un giornale, al quale ho promesso di contribuire; e nel primo numero comparirà probabilmente la “Visione del Giudizio”, di “Quevedo Redivivus”, insieme ad altri articoli. Potresti inviarci qualcosa? Egli appare ottimista riguardo al progetto, ma (detto tra noi) io non lo sono affatto. Tuttavia, non voglio scoraggiarlo dicendolo, poiché è bilioso e non in ottima salute. Ti prego, rispondi subito a questa lettera. Mandagli davvero qualche tua composizione, in prosa o in versi, per aiutarlo degnamente – qualsiasi cosa lirica, poetica, o quel che più ti aggrada.
Testi
The drying up a single tear has more
Of honest fame, than shedding seas of gore.
Alas! it is not so. Who would not rather
Have fame for killing, than for saving lives?
The pageant of the day goes on; the father
Of all the hero’s virtues – enterprise –
Is but a youthful ferocity;
And those who call it courage, are too wise
To speak of it as violence: the rest
Is mere parade, and patriotism’s dress.
Immagini
Bibliografia
Byron, George Gordon, Lord Lord Byron’s Letters and Journals, ed. Leslie A. Marchand, 13 vols, Vol. 9, London, John Murray,1973-94.
Byron, George Gordon, Lord, The Complete Poetical Works of Lord Byron, edited by Jerome J. McGann and Barry Weller, 13 vols, Oxford University Press (Clarendon Press), 1980–93.
Curreli, Mario, Scrittori inglesi a Pisa: viaggi, sogni, visioni dal Trecento al Duemila, Pisa, ETS, 2005.
Medwin, Thomas, Medwin’s Conversations of Lord Byron, ed. Ernest J. Lovell, Jr., Princeton, Princeton University Press, 1966.
Shelley, Percy Bysshe, The Letters of Percy Bysshe Shelley, ed. F. L. Jones, 2 vols, Oxford, Clarendon Press, 1964.
Villani, Stefano, “l Grand Tour degli inglesi a Pisa (secoli XVII-XIX)”, in E. Daniele (ed.), Le dimore di Pisa. L’arte di abitare i palazzi di una antica Repubblica Marinara dal Medioevo all’Unità d’Italia, Atti del Convegno di studi, Firenze, Alinea, 2010, pp.173-180.
Ultimo aggiornamento
19.02.2026